Svaporare

Svaporare

Luglio 20, 2025 0 Di Marta Cerù

Penso a svaporare e ritrovo una cantina, un luogo buio, una stanza scavata nella roccia, dove entrano solo i grandi, gli adulti, quando vanno ad attendere il mosto che si trasforma in vino, o entrano a prendere una bottiglia di rosso, lasciata lì al fresco, o passano i pomeriggi a travasare, imbottigliare, dalla damigiana dove è inserito un tubo fino di gomma, dal quale aspirano per ricevere in bocca quel primo sorso di vino, e poi calano in fretta il tubo nel collo della bottiglia, e la riempiono con il liquido vermiglio che cade dall’alto, per gravità, senza sforzo, a occupare il vuoto che lo attende.

In questa cantina svaporare è la norma. Succede al vino se ci si dimentica di tapparlo per bene, o se non si mette l’olio prima di chiudere la damigiana, o se il tappo di sughero è difettoso. Succede al vinsanto messo lì a invecchiare, ma che a volte è troppo vecchio e allora addio aroma, addio profumo, addio sapore zuccherino, mentre mordi un tozzetto, un cantuccio alle mandorle, uno di quei biscotti secchi e duri che immergi nel liquido alcolico e ammorbidirlo quanto basta per scioglierlo in bocca, assaporando quel gusto di uva lasciata a seccare al sole, prima di trarne un nettare santo e dolcissimo.

Tutto è vivo nella cantina, tutto si trasforma: l’uva ribolle, il mosto fermenta, il vino emerge denso degli aromi che il sole, il vento, la pioggia, la rugiada, la nebbia, la neve, l’arsura estiva, la brezza, le albe e i tramonti, la mano del contadino, delicata e forte, pronta alla cura, il suo alito, lo sguardo, persino il suo sguardo vigile, hanno distillato nei grappoli e in ogni acino, pronto a cedere le sue ricchezze al composto che diventerà vino, liquido divino, bevanda degli dei e del sacro che è in noi.

Anche gli umani svaporano nella cantina, entrano densi, condensati, con in testa mille pensieri bassi e pesanti, veloci nei movimenti, accendono la luce con l’interruttore in alto a destra del grande portone, fuori dalla portata dei bambini, e si mettono al lavoro, in due, in tre alla volta, e si passano i compiti, assaggiano, e con ogni sorso diventano più leggeri, nel corpo, nel cuore e nell’anima. 

È così che la mente svapora, si disperde in particelle fluttuanti che si uniscono agli effluvi del vino nuovo, vivo, frizzante, agitato, euforico, ansioso di donarsi, di essere assaggiato e approvato da quei palati assetati, lieto di istillare in quei corpi la trasformazione delle membra stanche. Chi entra nella cantina, comunque arrivi a varcarne la soglia, ne uscirà felice, rigenerato, alleggerito, un po’ traballante forse, perché la leggerezza penalizza a volte l’equilibrio, che si ritroverà insieme, in compagnia di amici veri e presunti, amici di lavoro, di bevute e di confidenze che solo il buon vino può stimolare. 

Nella cantina è sconsigliato entrare soli perché cadere è duro sempre, ma da soli fa più male. Meglio essere in compagnia, ché le risate insieme si stimolano, si arricchiscono e regalano attimi che valgono una vita intera. E poi da solo rischi di perderti e non ritrovarti mai più, perché nessuno è lì a trattenere le tue particelle in fuga. Oppure finisci per svenire anziché svaporare, perché hai respirato troppo a lungo l’anidride carbonica che viene da tutto quel fermento di uva. E se svieni e cadi, non avrai coscienza di quanto è piacevole lasciare andare le parole, lasciarle correre e inciampare negli sguardi un po’ brilli, perché bastano gli occhi a trasformare gli animi, distillando in noi le risate, come solo tra amici. Non è forse il semplice fatto di esistere per gli amici cari, quello che rende degna la vita?

Sono bambina, ho cinque anni forse, gioco con mia sorella e le mie cugine, tutte in cerca di emozioni e avventure, come solo l’infanzia brada ci regala. Giochiamo a nascondino e troviamo la cantina aperta, e quale luogo è migliore, per occultarsi alla vista, di quell’antro buio dove solo i grandi possono entrare? Coraggiose avanziamo nel buio in tre, la quarta sta contando fino a cento, accecata contro la tana, e l’ultima di noi si chiude la grande porta di legno e sentiamo scattare la serratura.

L’interruttore della luce è in alto, troppo in alto, per la nostra statura, così come lo è la maniglia del portone, irraggiungibile dalle nostre piccole braccia tese. Che tentano nel buio di tastare la porta, la ruvida parete, in cerca di qualcosa che sia una via di fuga, uno spiraglio. Ma niente, non c’è niente che possiamo raggiungere e il buio è pesto, l’odore morde lo stomaco, fa paura, quella paura che attanaglia, che blocca il pensiero, che ti condensa cristallizzato e immobile, mentre capisci che puoi solo aprire la bocca e urlare, con tutto il fiato che hai in gola, urlare aiuto, sperando che qualcuno senta, che non è detto, perché i grandi sono in casa, presi dalle loro azioni grandi, rumorose, dai loro pensieri grandi, dalle loro grandi parole, che non capisci e non ti capiscono. E non sempre ti ascoltano, tantomeno se ti separano da loro grossi muri in pietra, profondi e spessi, da isolare il freddo e lasciarlo fuori o sottoterra, dove si trova la cantina.

E allora tu urli, da un tempo che ti sembra immemore, e piangi e ti disperi e tremi tutta, e la voce non ce l’hai quasi più e ti fermi solo un attimo per riprendere fiato. Sei talmente spaventata che non senti la voce di tua sorella piccola che da fuori ti trova e dice “tana” e corre via a stanarti e a chiamare qualcuno. Così uno di quei grandi arriva, apre il portone pesante e immenso, e la luce ti acceca, mentre vieni presa in braccio, tu e le altre due cugine, e ti senti salva, fuori pericolo, protetta, amata, e forse anche tu svaporata.