Trapezio

Trapezio

Novembre 22, 2020 1 Di Marta Cerù

Alcune notti fa ho sognato che dovevo costruire un ascensore. Era un Trapezio, in realtà, un trapezio da circo, dal quale avrei dovuto lanciarmi. Ero certa che avrei trovato quello che cercavo, la luce, se avessi accettato il rischio di lasciarmi andare nel vuoto. Ma sentivo il timore, mi negavo il coraggio. Ero ferma, attendevo una guida. Ci penso da giorni a quel trapezio. Alle tante volte che mi sono lanciata senza riserve, rispondendo al richiamo della vita. Scegliendo di assecondare l’istinto, mi verrebbe da dire, di credere, avere fiducia, in quello che sento, non altro. Anche senza troppe spiegazioni, descrizioni, progettualità. “Non hai un piano”, mi sento dire, mi ascolto ascoltare. “Non ho un ‘piano B’”, mi verrebbe da aggiungere. Perché è vero. Non ce l’ho, non ce lo posso avere. Come si può avere un ‘piano B’, se si ha la fiducia assoluta nel prossimo passo da fare? Se si sente nel profondo che il corpo chiama, energie a raccolta, occorre rispondere, non altro, senza piani e disegni, semplicemente essendoci? La cosa strana, forse anomala, che spesso ha provocato in me grandi sofferenze, è scoprirmi così in tutte le mie azioni, accorgermene in retrospettiva, soprattutto nell’ambito lavorativo. Domandarmi dopo, “ma perché?” “cosa ti è saltato in testa?” “non potevi almeno preparati un’àncora, nel caso il mare si fosse fatto grosso, violento?” 

Marion sul trapezio, da una scena de Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders

Oggi, nel mio presente, mi trovo al centro di varie prove, conseguenze delle azioni, delle scelte, delle cause messe dal mio procedere. Non divergo, non fuggo, seguo un passo, ma non vedo il piano, e questo mi inquieta. C’è, come per tutti, il fattore pandemia, che incide sul mio lavoro. Come tutti, ne ascolto i numeri, provo ad assuefarmi alla paralisi, al dolore, per questo evento periodizzante nel quale abituarsi a essere, se stessi ma cambiati, con una maschera in più, ma forse più scoperti, più vulnerabili al bisogno di abbracci, di scambi umani, di tornare a relazioni che contano, dimenticando i ‘mi piace’ e ‘non mi piace’ dei social, gli sguardi addosso pixelati, restituiti scorrendo parole e immagini da ‘faccia libro’. Come può avere un senso la faccia di un libro? Mi chiedo, in astinenza da volti umani dal vivo. E ritorno alle nuvole, a una in particolare, quella che quest’anno non si fermerà nel cielo romano per rilasciare una pioggia di parole, come cadono da anni tra gli stand di Plpl, PiùLibriPiùLiberi. Che ne sarà di tutti quei piccoli e medi editori, costretti a stare dietro a uno schermo, anziché in carne e ossa dietro il loro stand, con i nuovi libri esposti, pronti ad essere toccati, sfogliati, annusati e scelti?

Me lo chiedo e, prima di cercare risposte, mi rendo conto che non sono mai arrivata alla fine della fiera dello scorso anno. Nel senso, sì, sono uscita quasi all’ultimo minuto dell’ultimo giorno, con le guardie che ci cacciavano, noi ultimi entusiasti e densi di euforia, che non volevamo staccarci da quell’esperienza, ne ho scritto note veloci, ma da lì a ritornare su tutte le parole catturate, a fare ordine, un mio ordine da quel caos, sulle scoperte e le riscoperte di quei magnifici cinque giorni tra i libri, ecco a quell’ordine non ci sono arrivata.

Così provo a farlo adesso, ritornando allo scopo e all’origine di questo mio blog, e partendo dalla parola Portale, che mi è stata regalata da una donna molto speciale, un’anima con lo sguardo rivolto al cielo di Roma, ogni giorno una foto, uno scorcio di cielo, da prospettive diverse. Loredana Germani, oltre che guardare il cielo, sicuramente legge con il cuore. E quando presenta libri sono spesso libri di poesie. Poco tempo dopo le giornate nella Nuvola, l’ho ascoltata introdurre il volume di poesie intitolato “Estate”, di Marilena Votta (Edizioni Progetto Cultura). In quell’occasione, si serviva della parola Portale, per comunicare quanto la poesia sia uno squarcio aperto verso l’altrove, verso il superamento di un limite, quello dell’autore sicuramente, ma sempre e comunque anche quello del lettore. “I versi di Marilena sono nati come buttati nel grande contenitore di Facebook, eppure andavano recuperati, radunati, perché la poesia è necessaria”, raccontava la Germani, riferendosi alla raccolta Estate. “I poeti attraversano qualcosa e tornano indietro per dirlo, e tutte le ferite le riportano a noi fornendoci uno specchio. Le occorrenze di questo volume, attraversate da Marilena Votta, sono l’infanzia, l’adolescenza, lo stare al mondo”.

Marion, da una scena de Il cielo sopra Berlino

“Nell’innocenza del verso libero della Votta ci sono immagini di luce e d’ombra, fatte di parole mai realmente cupe ma rivolte all’oscurità presente in ciascuno”, si legge nella prefazione di Ilaria Palomba. “Non si è mai pronti a dirsi la verità e gli oggetti prendono il posto delle parole, quando le sospensioni diventano solide, l’unico rifugio è la scrittura. Il tempo ci cambia, assorbe le nostre energie ma possiamo ritrovarci identici se sospendiamo il giudizio sul divenire. Marilena è ancora la bambina dai denti che sembrano caramelle e quell’infanzia se la porta dentro come principio luminoso, fotogramma sovraesposto in grado di iridare le zone buie. Una ricerca senza fine, quella dell’identità, che trova sostanza nell’inconscio.” È un volume stratificato, come spesso lo sono i libri di poesie. Il primo strato ha la voce di una bambina quasi un’adolescente, la freschezza, il secondo strato riguarda percezioni sensoriali molto forti, infine il terzo strato contiene i riferimenti letterari, le citazioni occulte, disseminate nei versi della Votta. L’autrice è nata il 22 Agosto e per lei l’estate “è il tempo che c’è”, raccontava al pubblico riunito ad ascoltarla. “Scrivo sempre pensando all’estate. Un periodo in cui sento le cose con particolare intensità (ho un’allergia al sole). È per me il momento in cui le cose accadono”, come le immagini delle sue poesie, che sono accadimenti sensoriali. Questo libro, uno dei tanti scoperti nella Nuvola un anno fa, mi ha accompagnata nei mesi trascorsi in lockdown, e poi durante la strana estate di rinascita, ma anche di passaggio attraverso un portale che non ci aspettavamo, e che ci ha introdotti, tutti, a livello globale, in una dimensione nuova, nella quale essere equilibristi del presente, un po’ come su un trapezio.

Torno a questa parola magica, e con lei mi rilancio nella Nuvola di un anno fa. Dove ho incontrato un altro libro di poesie, che mi ha colpita e accompagnata e che vorrei ricordare. Lo presentava Paolo Restuccia, Genius per i tanti amici, regalandomi la parola Imperfezione. Non è quella la molla dell’artista? Di chi scrive? Di coloro che tendono verso, intendono non mollare la presa, la ricerca, a nessun costo. E in quella tensione verso l’alto, verso la perfezione, impossibile, forse inesistente, oppure oltre, sempre a portata di verso, di parola scritta, di pennellata, di scatto, di quel gesto mai ultimo, mai definitivo per l’artista, colui che può e anela sempre a migliorarsi. “La Nota imperfetta”, di Annalisa Frontalini (Infinito Edizioni), è un testo di poesie, ma anche una di quelle imprese che si pongono attraverso, non le puoi incasellare, incastrare in un solo ripiano della libreria. È infatti un libro che unisce una poetessa a un fotografo, Paolo Soriani, nello sforzo condiviso di trovare un senso comune alle loro parole e immagini, attraverso un canto di versi e fotografie in bianco e nero. Nessuno scrittore può fare a meno della parola imperfezione, diceva Restuccia. Nessun artista può essere tale se non ha dentro di sé quel forte significato, quella tendenza al superamento del proprio senso di imperfezione, con la consapevolezza sincera che non sarà mai possibile, perché la perfezione non esiste, seppure ha un senso cercare di raggiungerla. Se una cosa è perfetta sarebbe finita, dimenticata, completa e sola. È l’imperfezione l’essenza della ricerca. Imperfezione come nei momenti nei quali non hai nulla da dire e allora ascolti, ti completi del mondo che ti circonda, ascolti il silenzio, il bianco del foglio, le voci che ti parlano dentro, il dolore dell’assenza, della privazione, che ti fa aprire gli occhi e continuare a credere, se non altro, nella tua nota imperfetta.

Il cielo sopra Berlino

Mentre scrivo e ripenso al trapezio, all’essere aggrappati a un filo, o sospesi sul filo, l’immagine che torna a galla dalla memoria è quella di Marion, la trapezista de Il cielo sopra Berlino, film capolavoro del 1987, per la regia di Wim Wenders. Lei è sola con i suoi pensieri, seduta sul cofano di una macchina, tutto attorno il fallimento, poco prima la sua grazia appesantita e resa imperfetta da finte ali di angelo, traspariva dalle figure del suo corpo in relazione al trapezio. Quel momento così imperfetto è l’essenza del film, che si risolve nella scena memorabile in cui lei, a colori, appesa alla corda, trattenuta, esegue figure corporee, forme poetiche, sotto lo sguardo di colui che, prima angelo, ha scelto di diventare umano per amore. E lui racconta così la sua esperienza:

Da una scena de Il Cielo sopra Berlino
Il cielo sopra Berlino

“È successo qualcosa che continua a succedere. Qualcosa che mi vincola. Era notte e adesso è giorno, tanto più adesso. Chi era. Chi. Io ero in lei e lei era intorno a me. Chi al mondo può dire di essere stato insieme a un altro essere umano? Io sono insieme. Nessun bimbo mortale è stato concepito, ma un immagine mortale, comune. Questa notte o imparato a stupirmi. È venuta a prendermi e l’ho trovata a casa. C’era una volta. C’era una volta e dunque ci sarà. L’immagine che abbiamo creato sarà l’immagine che accompagnerà la mia morte. In questa immagine avrò vissuto. Solo lo stupore su di noi, lo stupore dell’uomo e della donna, ha fatto di me un uomo. Io, ora, so, ciò che, nessun angelo, sa.” Alla sceneggiatura del film ha collaborato Peter Handke, premio nobel per la letteratura 2019, che scrisse appositamente la poesia che apre il film e ne contiene il messaggio. Si intitola Elogio dell’infanzia, ed è uno di quei portali che ci aiuta a ritrovare il bambino o la bambina che è in noi per ascoltarne la voce:

Quando il bambino era bambino,

camminava con le braccia ciondoloni,

voleva che il ruscello fosse un fiume,

il fiume un torrente

e questa pozzanghera il mare.

Quando il bambino era bambino,

non sapeva di essere un bambino,

per lui tutto aveva un’anima

e tutte le anime erano un tutt’uno.

Quando il bambino era bambino

non aveva opinioni su nulla,

non aveva abitudini,

sedeva spesso con le gambe incrociate,

e di colpo si metteva a correre,

aveva un vortice tra i capelli

e non faceva facce da fotografo.

Quando il bambino era bambino,

era l’epoca di queste domande:

perché io sono io, e perché non sei tu?

perché sono qui, e perché non sono lì?

quando comincia il tempo, e dove finisce lo spazio?

la vita sotto il sole è forse solo un sogno?

non è solo l’apparenza di un mondo davanti al mondo

quello che vedo, sento e odoro?

c’è veramente il male e gente veramente cattiva?

come può essere che io, che sono io,

non c’ero prima di diventare,

e che, una volta, io, che sono io,

non sarò più quello che sono?

Quando il bambino era bambino,

si strozzava con gli spinaci, i piselli, il riso al latte,

e con il cavolfiore bollito,

e adesso mangia tutto questo, e non solo per necessità.

Quando il bambino era bambino,

una volta si svegliò in un letto sconosciuto,

e adesso questo gli succede sempre.

Molte persone gli sembravano belle,

e adesso questo gli succede solo in qualche raro caso di fortuna.

Si immaginava chiaramente il Paradiso,

e adesso riesce appena a sospettarlo,

non riusciva a immaginarsi il nulla,

e oggi trema alla sua idea.

Quando il bambino era bambino,

giocava con entusiasmo,

e, adesso, è tutto immerso nella cosa come allora,

soltanto quando questa cosa è il suo lavoro.

Quando il bambino era bambino,

per nutrirsi gli bastavano pane e mela,

ed è ancora così.

Quando il bambino era bambino,

le bacche gli cadevano in mano come solo le bacche sanno cadere,

ed è ancora così,

le noci fresche gli raspavano la lingua,

ed è ancora così,

a ogni monte,

sentiva nostalgia per una montagna ancora più alta,

e in ogni città,

sentiva nostalgia per una città ancora più grande,

ed è ancora così,

sulla cima di un albero prendeva le ciliegie tutto euforico,

com’è ancora oggi,

aveva timore davanti a ogni estraneo,

e continua ad averlo,

aspettava la prima neve,

e continua ad aspettarla.

Quando il bambino era bambino,

lanciava contro l’albero un bastone come fosse una lancia,

che ancora continua a vibrare.