Cuori Selvaggi

Cuori Selvaggi

Maggio 21, 2022 0 Di Marta Cerù

Provo a lanciare il cuore oltre l’ostacolo, come cerco di fare nel buddismo e nella vita. Sono in Bosnia Herzegovina, a Mostar, la città del ponte e dei ponti, negli stessi giorni del Salone Internazionale del Libro a Torino, dal magnifico titolo Cuori Selvaggi. Non potrò varcare la soglia del Lingotto per questa Trentaquattresima edizione. Non potrò partecipare al salone, se non con il mio cuore selvaggio, che riesce a fare dello spazio una questione di immaginazione. Il mio cuore è lì, con i libri che avrei scoperto e con quelli che avrei riscoperto. Con quelli che ho portato con me e con quelli che ho lasciato a casa. Soprattutto è lì con le amiche e gli amici del cuore, coloro scrivono, che leggono, che pubblicano, che comprano e vendono libri, che credono nel potere della parola scritta e che se fossi lì mi regalerebbero le loro parole, riempendo il mio ombrello da acchiappaparole. In mia vece c’è un vate, un poeta, Andrea Cardellini, autore del libro intitolato Polline per la casa editrice Midgard. Quindi, se lo incontrate, regalate lui una vostra parola e sicuramente la ritroverete nella poesia più bella!

L’ombrello invece è qui con me. L’ho portato alla Graduation Ceremony di mia figlia Lucia, che ha concluso gli esami e terminato il percorso di studi del Collegio del Mondo Unito di Mostar (UWC MOSTAR). Sono nel Salone del cuore, nel cuore di Mostar, città del ponte, metafora di un ruolo ponte, quello dei libri, capaci di collegare spazi, dove persone dal cuore selvaggio sono fari, nell’oscura selva del tempo presente. Per me, oggi, i cuori selvaggi sono quelli un centinaio di studenti provenienti da quaranta paesi del mondo, che lanciano il cappello blu in aria, uniti da una missione comune, quella nata con il primo collegio UWC, l’Atlantic College del Regno Unito.

Mia figlia Lucia riceve il suo International Baccalaureate Diploma di in Bosnia, dopo due anni difficili, per lei e per noi, ma ancora più difficili, tragici, dolorosi, per coloro che non sono mai arrivati a varcare la soglia di una scuola. La direttrice del collegio Sonia Rawat ha raccontato che in questi due anni gli elementi acqua, terra, aria, fuoco, hanno creato ostacoli per la vita della comunità distribuita nelle residenze per gli studenti dislocate nella città di Mostar. Qui, il collegio ha aperto i battenti quindici anni fa, insediato per formare persone ponte tra culture diverse, nel luogo simbolo della distruzione di un ponte e della sua ricostruzione.

Una delle residenze si è allagata per le piogge violente autunnali sintomo dei cambiamenti climatici anche qui tra le montagne, proprio mentre ci si preoccupava dall’Italia dell’insorgere di nuovi conflitti tra la Serbia e la Bosnia Herzegovina. Ricordo che parlavo allora con Lucia e lei mi diceva che quei conflitti erano passati in secondo piano di fronte alle difficoltà delle alluvioni e degli allagamenti ovunque. Prima ancora l’aria stessa era stata portatrice del COVID, qui come in tutto il pianeta, un virus che ha messo alla prova lo spirito di condivisione e partecipazione, di vita comunitaria, di contrasto all’isolamento, che anima il modello educativo dei collegi UWC nel mondo. Lucia è arrivata a Mostar in pieno COVID, in agosto 2020, e ha vissuto come tutti i suoi coetanei focolai di positività, isolamenti, lockdown, eppure, eppure, lo spirito del suo cuore selvaggio, sostenuto da tanti altri cuori come il suo, seppur vacillando, ha retto. Qualche mese fa anche la Terra ha voluto dare un segnale, con il terremoto che, pur non avendo causato vittime, ha creato danni e timori. E poi il fuoco, che ha distrutto uno dei locali di ritrovo, cuore selvaggio di una comunità di ragazzi, il Vynil di Sasa, Dino and Reuf, carbonizzato non si sa se per incidente o per dolo (nel link il fundraising per aiutare Vynil a risorgere dalle ceneri). Ma questo è nulla in confronto al fuoco delle guerre, della guerra in Ucraina oggi, e delle guerre ovunque in un mondo dilaniato e strappato, che il modello educativo dei Collegi cerca di ricucire.

La parola che lancio al Salone dei Cuori Selvaggi, dal ponte di Mostar, dove mi trovo adesso, a tutti gli amici, le amiche, a tutti coloro che avrei potuto incontrare se fossi entrata in questo magnifico evento che è la libreria infinita dentro allo spazio finito del Lingotto, è la parola cappello.

Un cappello blu, lanciato in aria, come un cuore oltre l’ostacolo, come l’immaginazione che esiste prima della realtà, come lo spirito di ricerca di chi si affaccia oggi alla soglia dei vent’anni e riceve un mondo tendente alla disumanità e la contrasta questa tendenza, con la forza della speranza e del coraggio del cuore. Auguri a tutti gli autori, le autrici, i lettori, le lettrici, gli editori, a tutti ma proprio tutti gli esseri ancora umani che ruotano intorno al mondo dei libri.