To be or not to be
Oggi, alla fiera Più Libri Più Liberi c’ero anche io. Mi sono vista da dietro, in una foto pubblicata sull’account Instagram ufficiale. Ero allo stand di Voland intenta a catturare parole da Marco Paoletti.

Quella donna ha il mio stesso maglione arancione, anche la mia stessa sciarpa a pallini colorati, e la nuova borsa ufficiale della fiera con il logo colorato… un momento… ma quella sono io, vista da un esterno, mentre mi riconosco dal mio interno. C’ero allora, dunque ero presente. In una sovrapposizione di stati difficile da gestire. Come docente, prof di matematica e fisica, con le mie classi, arrivata stamattina, a partire dalla fila o coda che sia, l’assembramento a imbuto dell’ingresso scuole. E come blogger, nello Spazio Rai, per la cerimonia di apertura, ad ascoltare l’intervento di Christian Raimo, sottoscrittore con altri autori di un appello contro la presenza di una casa editrice di cui non faccio il nome per scelta.

In opposizione a questa casa editrice, che pubblica autori professanti idee neonaziste, c’è chi ha deciso di non esserci, come Zerocalcare, e chi ha deciso di esserci, per non lasciare il campo. E dunque io c’ero. Un po’ giù tra gli stand, un po’ ad accompagnare le studentesse e gli studenti del quinto anno alla presentazione del libro ‘Non c’è smartphone che tenga’ di Gabriele Lugaro (Edizioni Anicia), che mi regala la parola consapevolezza. E con la parola un elastico. ‘Mettetelo sul cellulare’, ci ha invitati. ‘E quando lo prendete in mano e vedete l’elastico chiedetevi se state usando il ‘tool’, lo strumento tecnologico, o se siete ‘hooked’, ovvero uncinati, agganciati, a un tocco di distanza dal finire ingabbiati nello scrolling’.


Bella questa cosa dell’elastico. Un suggerimento creativo. Che mi aggancia alla parola creatività. Me la regala Antonella dallo stand di Postcart Editore, una casa editrice che mi ha chiamata come mi chiamò in un’altra vita New York. In effetti dallo stand si affacciano poster che, a partire da titoli di giornale, colorano lo spazio di immagini suggestive attorno alle parole. I poster sono gran parte della produzione di questa casa editrice. E poi ci sono libri principalmente di fotografia. Tra i quali ho subito adocchiato quello con il nome di Paul Auster in copertina.
Per le strane sincronicità di vita vissuta e di relazioni umane, non riguardanti quindi le bolle degli algoritmi, solo qualche giorno fa mio figlio Simone estraeva dalla mia libreria il volumetto Penguin ‘The New York Trilogy’, di Paul Auster appunto. E lo sfogliava meditando di portarselo via. L’ho trattenuto per una sorta di reazione possessiva rispetto a un testo che è stato un pilastro della mia esplorazione newyorkese, non tanto della città, quanto della sua lingua. In effetti mentre lo riguardavo con lui, mi sono sorpresa a trovare tutte le annotazioni a matita di parole che non conoscevo, di idiomi che imparavo leggendo, e mi è ritornato in mente quel mio muovere i primi passi nel labirinto di Manhattan con l’intento di diventare una vera newyorker.
Paul Auster mi ha fatto da guida. E lo stesso ha fatto con il fotografo Euro Rotelli, mi trovo a scoprire leggendo le parole dell’autore di questo piccolo volume. Oltre alle foto in bianco e nero, che richiamano personaggi e ambientazioni dei racconti e romanzi ‘Austeriani’, c’è un diario autobiografico dell’autore, intrecciato alle storie di Auster e ai passi per seguirlo nella città che non dorme mai.

Sincronicità dicevo, perché proprio due giorni fa avevo preso in libreria la nuova Graphic Novel Trilogia di New York, tra i Coralli Einaudi. Ne avevo letto sul Corriere della Sera, di questa novità letteraria. E avevo deciso di regalarla a mio figlio Simone, per farmi perdonare di non avergli ceduto la mia copia preziosa, comprata da quello Strand Bookstore in Fulton Street che non esiste più da almeno un decennio.

Dopo l’incontro con Auster, non riuscivo più a concentrarmi su nulla, persa tra la griglia di Manhattan e i ricordi dei miei passi laggiù. Mi ha riportata in fiera lo stand di Voland, con i colori delle sue copertine e con la ‘Guida alla New York ribelle’ di Tiziana Rinaldi Castro. Mentre la guardavo di striscio, ho chiacchierato con Marco Paoletti (anche lui ripreso dai fotografi della fiera in una foto che è prova provata del mio esserci in questo racconto di me che ci sono), che mi ha regalato il ricordo di un gioco, la battaglia navale. È così che ha instradato le frotte di studenti e studentesse che chiedevano a lui lumi su dove fosse questo o quello stand. Andate e orientatevi come se steste giocando a battaglia navale. Ho trovato divertente l’idea, creativa, in linea su come ci si orienta a Manhattan ripensandoci, nella scacchiera perfetta dove perdersi sembrerebbe impossibile, eppure succede di continuo, presi come si è a guardare in alto…come qui dalla Nuvola di Fuksas, dove oggi ci sono, domani chi lo sa…








