Vaccino

Vaccino

Marzo 10, 2021 2 Di Marta Cerù

Sono entrata nella Nuvola di Fuksas, proprio in quella di Più Libri Più Liberi, ma non c’era la fiera, eppure in qualche modo ho rivissuto tutto, come quando ti dicono che in un lampo ti passa la vita davanti agli occhi…solo che era la vita di questo ultimo anno e mezzo, da dicembre 2019 a oggi. E io ero lì a farmi somministrare la prima dose del vaccino AstraZeneca Covid-19, per la categoria docenti.

Avete presente quando si torna in un posto dopo tanto tempo e lo si trova diverso, più piccolo, come quando si rivede una casa dove si è stati bambini? Ecco, tornare nella Nuvola è stato un po’ così, l’ho trovata più piccola, più vuota, meno cartacea, più digitale, eppure ingigantita e piena di pensieri e di parole. La prima l’ho catturata dalle due infermiere che mi hanno accettata, leggendo il modulo del consenso e facendomi alcune domande. Non ho saputo resistere, alla domanda se ero docente. Ho risposto di sì, docente di fisica, ma anche scrivente. ‘Infatti l’ultima volta che ero qui c’era la Plpl2019’. Ho raccontato loro. ‘Sono nata qui, come blogger, nella fiera della piccola e media editoria. E sono davvero emozionata di essere qui oggi. Vi fareste una foto con me? Un selfie? E mi regalereste la vostra parola?’ ‘Cambiamento’, mi hanno detto quasi all’unisono.

Proprio così, cambiamento. E in effetti un cambiamento c’è stato e i loro sorrisi giovani lo auspicano per il futuro, un cambiamento in positivo, che questo vaccino somministrato in massa porterà alle nostra vite comunitarie. Me lo dicono con il cuore. ‘Speriamo in un cambiamento‘. Come anche io del resto, anche se verso cosa non saprei. Verso come eravamo? E ripenso a quel mio immergermi nella Nuvola di Fuksas durante Plpl 2018 e alla nascita del mio blog. Avevo passato cinque giorni nel turbinio delle parole. Quelle dei libri, degli autori, dei lettori, degli editori, e mentre ne uscivo avevo avuto la visione del mio ombrello viola capovolto a formare un imbuto, nel quale raccogliere le parole in forma di gocce, che la Nuvola aveva riversato su di me. Da quella immagine ho mosso i primi passi in un progetto di scrittura, in forma di diario, in forma di recensione, in forma di sperimentazione di dove voleva andare la mia voce di cronista, raccontando cose piccole e vere che catturano la mia attenzione, sia dalla vita che dai libri. 

A dicembre 2019 sono tornata nella Nuvola come book blogger. Sempre un po’ fuori luogo a definirmi in qualsiasi modo, ma fiera di festeggiare un anno da scrivente come ‘Wordfetcher‘, e di sperimentare l’energia di quel luogo felice, come lo sono tutte le fiere dei libri per me, di qualsiasi tipo. Nel frattempo avevo accettato la mia prima supplenza come docente di fisica e matematica in un liceo romano. E mi dibattevo tra la nuova esperienza nel campo della scuola e dell’insegnamento e il desiderio di condividere il mondo della Nuvola, da ‘acchiappaparole’. Il liceo dove ero approdata, a novembre 2019, era stato occupato, proprio mentre iniziava Plpl2019, e alcuni di noi avevano organizzato visite fuori dalla scuola con gli studenti che non occupavano. Finite le lezioni correvo verso la Nuvola e mi immergevo tra le parole. Anche se ne avessi persa qualcuna avrei sempre avuto quelle dei miei studenti, che me ne avevano regalate tante! Le cronache di allora sono state veloci, dal sapore dell’immediatezza (GocciaContaminazioniFuture-Confusione), e l’intento di continuare a scrivere dei libri incontrati in quel contesto è sfumato a causa di cosa ci ha investiti dopo la fine dell’anno, quando guardavamo le notizie distanti di un virus che stava dilagando in Cina.

Il 4 Marzo 2020, camminavo verso casa da scuola e a mente scrivevo una lettera agli studenti che poi avrei mandato la mattina dopo: “Care ragazze e cari ragazzi, ho appena saputo che da domani le scuole chiuderanno. Scrivo di getto, a caldo, perché stamattina percepivo un nervosismo generale e forse voi lo avete percepito in me. Stiamo vivendo un periodo di tensione, difficile per tutti, nel quale, come sempre quando si affronta una crisi, ci si può sentire sopraffatti e impotenti. Nello stesso tempo sono proprio questi i momenti che ci portano a sfidarci e crescere, tirando fuori la nostra potenzialità illimitata di cambiamento e adattamento. Mi è venuta in mente una cosa, mentre tornavo a casa oggi da scuola e si prospettava questa chiusura temporanea. Che nella scuola, come nella vita, è facile abituarsi al quotidiano e dare per scontato il tempo che abbiamo, è facile sprecarlo, dimenticarci di viverlo con presenza d’animo e di intelletto. Questo momento storico e questa chiusura improvvisa può arrivare come una vacanza per molti di noi, e mi auguro che un po’ lo sia per tutti, ma può anche regalarci la consapevolezza di quanto siano preziose le relazioni che costruiamo giorno per giorno, ora per ora, a scuola. Anche nella noia, anche nel conflitto, ma soprattutto nell’ascolto, nell’abitudine all’ascolto e nella difficoltà di imparare a conoscere prima di tutto noi stessi e poi coloro che ci hanno preceduti, coloro che ci accompagnano nel percorso scolastico, i maestri e le maestre del passato e quelli del presente. Quando dico maestri e maestre intendo, in senso davvero ampio, tutte le persone con le quali stringiamo relazioni, scambiando i nostri pensieri, le nostre esperienze e le nostre competenze, nell’universo che è la scuola oggi. (…) Vorrei incoraggiarvi a non sprecare questo periodo e utilizzarlo invece per riposarci tutti e accorgerci quanto sia prezioso, soprattutto a scuola, quell’attimo fuggente che troppo spesso sprechiamo senza rendercene conto.

Era chiaro che la scuola avrebbe chiuso, così di punto in bianco, cominciavamo a convivere con quel cambiamento repentino e inaspettato che da allora avrebbe segnato le nostre vite per sempre. Sono stati mesi intensi, densi, di esperienze nuove e pixelate nella Didattica A Distanza (DAD), per sentirci vicini da lontano, per riuscire a tenere l’attenzione, la tensione, lo scambio speciale che avviene nei rapporti insostituibili che nascono a scuola. Poi l’anno scolastico è finito, e per una supplente come me è iniziata l’attesa del prossimo incarico, che puntualmente è arrivato a ottobre. Nel frattempo non ho dimenticato Plpl. Ogni tanto pescavo un libro di quelli che provenivano da lì, a causa di una parola che tornava a galla. Eppure lo scorso dicembre 2020, la Nuvola è rimasta chiusa, niente fiera, per nessuno, e la malinconia è stata grande.

Leggevo in questi giorni nel libro piccolo ma bello “Le piccole persone”, di Anna Maria Ortese, Edizioni Aldelphi, a proposito della malinconia: “C’è un sentimento acuto e confuso, indolore e pieno di mite dolore, del vivere, che si chiama malinconia. Oggi assolutamente improbabile, ieri diffuso, specialmente a livello di prima giovinezza. Non i vecchi o gli anziani soltanto lo sperimentavano – in essi piuttosto la opaca tristezza, il senso della caducità delle cose: quanto i giovanissimi e i felici. Era un presentimento. (…) L’Italia riapparirà un giorno, lo sento, e sarà calma e gentile sotto un cielo celeste, come qualche secolo fa. Ci saranno giardini, boschi, belle città. (…) Avremo allora la malinconia. Dovremo tenerla cara.”

Ecco, in quei giorni del 2019, uscendo per ultima dalla Nuvola, con il cuore pieno di quel sentimento chiamato malinconia, come potevo immaginare la mattinata di oggi? Sono di nuovo qui, è vero, sotto la stessa Nuvola. Anche se è più piccola dall’interno, anzi di fatto non è visibile una volta dentro, perché la zona vaccini è nel sotterraneo, non è dato di trovarsi nella struttura vera e propria a forma di Nuvola, a sbirciare il cielo da quelle pareti di vetro labirintiche e sinuose. 

Si entra ordinati e distanziati, c’è molto supporto dagli addetti all’organizzazione della fila e degli ingressi. Tutto procede quasi in silenzio, ci si registra, dove un tempo si veniva salutati dai ragazzi e dalle ragazze che si occupavano della reception e dell’organizzazione minuta. Si riceve un numero e si passa nella sala d’attesa. Ci sono schermi dove scorrono i numeri chiamati. E poi ci si dirige alla postazione dove si consegna il modulo di consenso e si risponde alle domande di rito. Da lì si passa al salone grande, ci si siede aspettando il proprio turno, fino a che due infermieri/e non arrivano con il carrellino, hai già il braccio scoperto, e loro agiscono, puntura e passa la paura. 

Volevo chiedere una parola anche a chi mi infilava l’ago nel braccio, ma la giovane donna era poco loquace, mi ha liquidata velocemente, l’ingranaggio non si può inceppare. Invece nell’area dedicata ai quindici minuti di attesa, per monitorare eventuali reazioni, ho potuto chiacchierare con l’infermiera Lorena, che mi ha regalato la parola sorpresa. Mi ha detto: “All’inizio c’era un minimo di disorganizzazione, ma adesso noto anche io quanto tutti si sorprendano positivamente del livello di organizzazione. Manifestano sorpresa. Mi dicono: ‘sembra quasi che non siamo in Italia’”.

E in effetti un po’ sorpresa lo ero anche io. Non sapevo se sarei riuscita a ricevere il vaccino AstraZeneca. Come docente ne avevo diritto, ma sono residente in Umbria e il contratto è nel Lazio, quindi all’apertura delle prenotazioni risultavo inammissibile sia a Perugia che a Roma. Mi ero quasi data per vinta. Dovevo chiedere il cambio di medico, annullarlo in Umbria, trovare un riferimento laziale, iscrivermi temporaneamente in una Asl romana. Ne vale la pena? Mi dicevo. Poi ho saputo che i vaccini venivano somministrati nella Nuvola di Fuksas. Ecco, a quel punto, non potevo esimermi, non tanto dal fare o non fare il vaccino, prima o poi l’avrei fatto in qualche modo, credo sia importante che lo si faccia tutti. Ma non potevo non sfruttare questa occasione per rientrare nella Nuvola. È così, ho detto a me stessa, e ci ho ripensato mentre ero in fila stamattina e mentre parlavo con l’infermiera che mi regalava la parola sorpresa.

È stato bello sorprendermi anche io con lei. Avevo il cuore in tumulto, ma non per reazioni strane, solo perché tornare in questo luogo mi ha fatto pensare a tante cose perse. E in qualche modo nell’arco di un’ora o forse poco più le ho ritrovate tutte, o quasi. Ho ritrovato i pensieri che circolano in quello spazio di cielo in terra, una volta tra le pagine dei libri, oggi nelle persone sedute con me, un po’ come nelle scene del film di Wim Wenders “Il cielo sopra Berlino”, di cui scrivevo mesi fa a partire dalla parola Trapezio. Cioè non è che proprio li sentissi, ma li immaginavo, erano i miei stessi pensieri riflessi nei loro, come succede quando si leggono pagine di libri e si trova, sempre e comunque, qualcosa di sé.

Ho ritrovato i sorrisi degli amici che in passato mi capitava di incontrare nelle fiere, alle presentazioni di libri, in qualche evento collettivo. C’erano, erano lì, sospesi nella mia memoria. Tra questi ho rivisto il sorriso di Rossella Panarese, la voce inconfondibile di Radio3 Scienza, che ci ha lasciati la scorsa settimana. L’ultima volta l’avevo incontrata a Dicembre 2019, anche lei nella Nuvola, dove l’avevo ascoltata presentare il libro “L’atomo e la bomba. La vera storia dei fisici di Hitler. Le voci di Farm-Hall” (Sicenza Express Edizioni), di Giuseppe Manfridi. Mi aveva salutata, affettuosa come quando la incontrai la prima volta al Master in Comunicazione della Scienza, dove era venuta a guidarci per realizzare una trasmissione di scienza in radio. Rossella se ne è andata pochi giorni fa, e ancora non riesco a fare i conti con questa perdita di una voce insostituibile. Così oggi la cercavo lì, nelle parole di un tempo lontano.

Infine ho ritrovato la me di sempre, quella che sta in disparte, ascolta, segue quello che le viene detto di fare, mentre immagina di rompere il ghiaccio, conoscere qualcuno, la vicina o il vicino di banco, la compagna o il compagno di viaggio in treno. E a volte lo faccio, a volte no, di lanciare l’amo per innescare uno scambio, mal che vada chiedo una parola, e una parola  non si nega a nessuno, mi accorgo sempre un po’ sorpresa. La chiedo, noto lo sguardo perplesso e curioso, il pensiero titubante, e poi il lampo, il sorriso, c’è, è lì, sulla punta della lingua, la parola necessaria mi viene regalata. E io so, sono sicura, me lo riprometto di farne buon uso, e di intesserla prima o poi, da scrivente quale amo essere.